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Kunst-und Wunderkammern. Strumento di dominio e sfoggio di potenza dei grandi signori d‘Europa
Il termine Wunderkammer include ogni tipo di raccolta enciclopedica europea tra Cinquecento e seconda metà del Settecento; un insieme fin troppo vasto e variegato che comprende raccolte molto differenti per composizione e per finalità del progetto collezionistico, accomunate unicamente dall’essere miste, ossia formate da oggetti appartenenti a diverse classi. La vastità stessa della categoria di raccolta definite Wunderkammern rischia da una parte di svuotare di significato la parola, e dall’altra appiattisce circa tre secoli di attività collezionistica sotto un’unica vaga etichetta. Il termine deve essere dunque precisato, e all’interno delle Wunderkammern vanno distinte quanto meno due categorie di raccolta. La prima è rappresentata dalle Wunderkammern propriamente dette o meglio Kunst-und Wunderkammern. Questo fenomeno collezionistico, originatosi nella mitteleuropa già nel primo Cinquecento, è caratterizzato dalla volontà da parte di alcuni principi, affascinati dalle meraviglie della natura e dell’arte, di raccogliere oggetti di ogni genere, ed allestirli secondo un complesso ordinamento, per stabilire il quale si servivano generalmente di uno o più letterati e uomini di scienza. È particolarmente famoso il caso di Samuel Quicchenberg, che pubblicò le Inscriptiones vel tituli theatri amplissimi (1565), considerato il primo libro di museografia, per descrivere l’ordinamento della Wunderkammer di Alberto V di Baviera a Monaco, ma le vicende delle raccolte di Ferdinando del Tirolo ad Ambras e di Rodolfo II a Praga non sono dissimili. Lo scopo di tali ricche esposizioni era essenzialmente autocelebrare la magnificenza del proprio casato attraverso la vastità dell’apparato e la rarità degli oggetti raccolti, e soprattutto destare la meraviglia dei pochissimi nobili e colti fortunati visitatori (Figura 6).

I Gabinetti Scientifici. Il metodo sperimentale e il ritorno agli oggetti
La seconda categoria di raccolta, indicata (spesso confusamente) con il termine Wunderkammer è costituita dai Gabinetti Scientifici, fenomeno tipicamente italiano, caratterizzato dalla volontà da parte dei collezionisti – generalmente borghesi e scienziati di professione, cioè medici o speziali – di raccogliere oggetti appartenenti ai tre regni della natura allo scopo di svolgere osservazioni sul mondo reale e svelarne i segreti. La nascita di tali collezioni è legata alla diffusione delle teorie di Bacone e in particolare del suo metodo scientifico, sperimentale e induttivo, oltre che alla nascita della cosiddetta ‘Nuova Scienza’ galileiana. In qualche modo influenzato dall’osservazione delle stesse Wunderkammer, Francesco Bacone proponeva di studiare la natura a partire dalle cose, dall’osservazione diretta, mettendo in discussione i testi antichi ed il principio di autorità, secondo cui tutto ciò che era affermato dai grandi autori del passato – le auctoritates appunto – deve essere per ciò stesso indiscutibilmente vero. In nome dunque di questo sprone al ritorno alle cose e della diffusione di una scienza utile, applicata ai bisogni veri dell’umanità, tra Cinque e Seicento sorgono prima di tutto in Italia, successivamente nel resto d’Europa molti Gabinetti Scientifici, spesso definiti musei, composti generalmente da un'unica sala destinata all’esposizione, accompagnata quasi sempre da uno o più ambienti adibiti a laboratorio per la sperimentazione scientifica. I gabinetti scientifici italiani erano diffusi davvero in tutta la penisola: da quello – in assoluto anche oggi più noto - di Ulisse Aldrovandi a Bologna, a quello di Francesco Calceolari a Venezia, a quello di Michele Mercati a Roma, a quello, infine, di Ferrante Imperato a Napoli (Figure 7, 8).

I Musei di Storia Naturale e la diffusione della scienza. L’eccellenza del caso napoletano
Il caso napoletano è di particolare interesse, dal momento che il museo di Imperato rappresentò un vero, attivo centro di ricerca scientifica e non fu affatto un caso isolato, ma solo il risultato più noto e probabilmente più alto, di un momento di grande fervore intellettuale della capitale vicereale spagnola, che tra XVI e XVII secolo raggiunse l’apice, proprio nel campo scientifico. Negli stessi anni in cui Imperato organizzava il suo museo, visitato da molti prestigiosi intellettuali provenienti da tutta Europa, venivano allestite anche le raccolte di Giambattista della Porta e l’ancor più significativo gabinetto scientifico creato dal padre Maurizio di Gregorio all’interno della farmacopea domenicana di Santa Caterina a Formiello, luogo altrettanto noto in Europa, e punta di eccellenza dello studio botanico, uno dei primi musei - se non il primo in assoluto - ad esporre la passiflora, pianta proveniente dal Nuovo Mondo, a Napoli. Qui spesso si riuniva il mondo scientifico partenopeo, come è testimoniato dal frontespizio dell’Elixir vitae (1624), di fra Donato d’Eremita, speziale a Formiello. Tutto quest’ambiente ed i legami con Roma e l’Accademia dei Lincei, che ebbe - benché per breve tempo - la sua unica seconda colonia proprio a Napoli, negli stessi anni, attendono ancora di essere indagati adeguatamente (Figura 9).

La natura in movimento. Circolazione di idee e di oggetti tra i naturalisti d’Europa
Corre l’obbligo di sottolineare che accanto a questi più grandi e famosi musei esisteva una miriade di piccoli e medi gabinetti scientifici retti da studiosi e amatori locali la cui importanza, come fenomeno sociale e come elementi periferici di un fenomeno che spesso coinvolse tutto il mondo civile, pure andrebbe approfondita. Tutti questi musei, grandi e piccoli, non costituivano solo dei veri e propri centri per lo studio e la diffusione della scienza, e motivo di attrazione per studiosi italiani e stranieri, ma rappresentavano anche i gangli di una vera e propria rete intellettuale che si reggeva su intensi scambi epistolari, attraverso cui viaggiavano non solo informazioni e teorie scientifiche ma anche specimena vegetali, animali o minerali. Uno dei tratti distintivi di tali collezionisti scienziati, infatti, era che l’acquisizione del materiale non avveniva quasi mai dietro pagamento in denaro, ma prevalentemente attraverso lo scambio di esemplari con gli altri naturalisti. Tuttavia il grosso della collezione era essenzialmente frutto dell’attività di ricerca del proprietario stesso, che raccoglieva sul posto tutto ciò che giudicava utile a fornire informazioni su di uno specifico sito (Figure 10, 11).

Dalla descrizione del Creato alla storia dell’universo
Nemici delle teorie generali e consapevoli dell’inadeguatezza delle loro conoscenze, costoro infatti miravano a raccogliere il maggior numero di dati significativi su ciascun luogo per ricostruire la Storia Naturale, dove il termine storia, quanto meno per la prima generazione di tali scienziati-collezionisti, era intesa come ‘descrizione’. Nella teoria di Bacone, infatti, non c’è spazio per mutamenti evolutivi, né involutivi; la natura è ancora prima di tutto il Creato, cioè il frutto della forza creatrice di Dio, riverbero della sua perfezione e dunque a sua volta perfetta e in sé conclusa, pertanto non perfettibile, cioè non suscettibile di cambiamenti; in sintesi la natura deve necessariamente rimanere per sempre esattamente come l’ha creata Dio all’inizio dei tempi. Le cosiddette meraviglie della natura, le stranezze, non sono che monstra, eccezioni, elementi episodici generati dall’attività ludica di Dio ed utili al naturalista per comprendere più a fondo le leggi del’universo. Questa visione, detta fissista, della storia naturale, che avrà termine solo in pieno Settecento con le teorie di Kant e gli scritti di Buffon, proponeva anche un modello di storia onnicomprensiva, in cui la storia del pianeta e la storia dell’umanità incarnavano componenti essenziali e complementari della storia dell’universo; compito del naturalista era cercare di ricostruirne entrambi tali aspetti facendo parlare le cose (Figure 12, 13, 14).

Rocce e marmi antichi. La storia della Natura e La Storia del mondo
Per questo motivo i Gabinetti scientifici spesso annoveravano la presenza di opere d’arte; in primo luogo sculture antiche che segnavano spesso il passaggio tra naturalia ed artificialia, e tra ciò che noi oggi chiameremmo preistoria e la storia. Tali ultime attiravano l’interesse di questi naturalisti sia in ragione della pietra dalla quale erano costituite, il marmo, sia anche perché testimoni della cultura e della storia dell’epoca classica greca o romana. Non è un caso che Ulisse Aldrovandi nel suo Museum Metallicum, edito postumo (1648), è stato il primo a stilare un catalogo delle collezioni antiquarie presenti a Roma, anche se poi nelle incisioni viene dedicata una particolare cura alla riproduzione della grana della pietra, a discapito del soggetto delle statue. Michele Mercati (1541-1593) possedeva una collezione di statuaria piuttosto vasta nel suo gabinetto romano, e tuttavia le aveva sistemate materialiter, in altre parole ordinandole secondo il materiale di cui esse erano composte (Figure 15, 16, 17, 18, 19).

Herbaria sicca ed Herbaria picta. L’oggetto e la sua immagine
Nei Gabinetti Scientifici erano spesso presenti anche immagini di famosi siti archeologici, fenomeni naturali o luoghi che il collezionista aveva visitato o che per qualche ragione giudicava degni di nota. Tali musei erano sempre ricchi del pari di singole antichità o di elementi del mondo naturale (rocce, piante, animali), per lo più specimena che mancavano nella raccolta e tuttavia essenziali per lo studio della natura, ma nel caso degli animali e ancora di più in quello delle piante spesso si associava l’esemplare reale essiccato alla riproduzione, poiché il processo di essiccamento e l’azione naturale del tempo avrebbero fatalmente sottratto tutta una serie di informazioni presenti nell’esemplare vivo. Per quel che riguarda gli uccelli, per esempio, animali particolarmente sensibili al deperimento provocato dal tempo, venivano conservati solo pochi saggi del piumaggio, il becco e le zampe, ma a tali reperti veniva associata la riproduzione dell’animale vivo. Analogamente i famosi erbari erano generalmente composti da raccolte di vegetali essiccati (Herbaria Sicca) a cui corrispondevano raccolte di riproduzioni pittoriche degli stessi vegetali – generalmente acquerelli su carta (Herbaria Picta) - che avevano la funzione di integrare gli elementi non rilevabili negli esemplari secchi, come il colore o i diversi stadi della fioritura. Particolarmente alacre in tal senso fu l’attività di Ulisse Aldrovandi il quale negli ultimi anni della sua esistenza organizzò nel suo studio-museo un vero e proprio laboratorio pittorico dedicato alla rappresentazione di ogni singolo esemplare della sua raccolta, al fine di eternare la collezione e offrire nel contempo agli studi una sorta di summa delle sue conoscenze. Tale bisogno di ottenere riproduzioni dei siti e dei materiali oggetto dei loro studi spinse i naturalisti fin dalla fine del Cinquecento ad intrattenere rapporti intensi con numerosi pittori, specie con gli stranieri – e segnatamente i fiamminghi –, specializzati nei generi della cosiddetta natura morta e del paesaggismo, e famosi appunto per la capacità di rendere con estrema vivacità gli elementi naturali, anche grazie all’ausilio dell’utilizzo precoce della camera ottica. I collaboratori dei naturalisti non erano per lo più troppo dotati sul piano squisitamente estetico, artigiani piuttosto che artisti; poiché gli studiosi desideravano solo pedisseque e precise copie del naturale, non opere d’arte, tendevano a preferire coloro che concedevano poco spazio all’interpretazione personale, e spesso interferivano personalmente nella loro opera, indirizzando la riproduzione al punto tale da sentirsene in qualche modo coautori, e in taluni casi eseguivano personalmente la raffigurazione dell’oggetto. Non mancarono tuttavia casi in cui tali uomini di scienza si servirono anche di grandi artisti, da Paul Brill a Parmigianino, al cosiddetto Monsù Desiderio (Francois Denomé) fino al settecentesco Francesco Guardi, anche se la relazione tra la pittura di genere e la Nuova Scienza è tuttora insufficientemente indagata, e frequentemente l’approccio critico si limita all’aspetto storico-artistico, trascurando il significato scientifico e talvolta simbolico celato in molti dipinti cosiddetti ‘di genere’ (Figure 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26).

Ordinare per comprendere. I Musei di Storia Naturale come centri di diffusione della cultura scientifica
Testi, immagini, esemplari del mondo animale vegetale e animale convivevano dunque in un unico ambiente, composti in serie ordinate secondo criteri universalmente accettati dalla comunità scientifica contemporanea, e rappresentavano un vero e proprio strumento di lavoro per il naturalista, il mezzo attraverso il quale egli stesso ed i suoi discepoli approfondivano la conoscenza della natura e la diffondevano tra la gioventù studiosa. Questa seconda tipologia di collezioni enciclopediche, dunque, benché contemporanee alle Wunderkammern e costituite da materiali tipologicamente assai simili a quelli che componevano le raccolte principesche mitteleuropee, se ne distanziavano poi per il dato essenziale della finalità squisitamente scientifica per la quale erano allestite; nonché per la quantità decisamente più ristretta degli oggetti esposti, circostanza quest’ultima dovuta certamente, in parte, alla limitata disponibilità economica dei naturalisti proprietari di tali musei, ma anche frutto di una scelta programmatica, coerente con la funzione educativa e speculativa della raccolta. Questi musei perciò tra Cinque e Settecento rappresentarono i luoghi della riflessione scientifica e dell’apprendimento, non della meraviglia, a meno che non la si intenda secondo la definizione di Bacone, e cioè come la fase intermedia tra l’ignoranza e la conoscenza.

Figure

Didascalia delle figure

Figura 6. Vincent Levinus, Catalogus et descrptio animalium volatilium, reptilium et aquatilium aliarumque creaturarum rarissimarum … quæ in liquoribus ad vivum conservat, chez Pierre de Hondt La Haye 1726.
Figura 7. Mariae Lancisi, Romae, apud Jo. Mariam Salvioni typographum Vaticanum in Archigymnasio Michele Mercati, Metallotheca, opus mosthumum … opera autem et studium ey studio Johannis sapientiae, 1719.
Figura 8. Ferrante Imperato, Dell’Historia Naturale, Nella quale ordinatamente si tratta della diversa condition di miniere, e pietre. Con alcune historie di piante, ed animali; sin'hora non date in luce, Napoli, C. Vitale, 1599.
Figura 9. Donato D’Eremita, Dell’Elixir vitae, Napoli 1624.
Figura 10. Albertus Seba, Locupletissimi rerum naturalium thesauri accurata descriptio et iconibus artificiosissimis expressio per universam physices historiam, Amstelaedami 1734-1765.
Figura 11. Albertus Seba, Locupletissimi rerum naturalium thesauri accurata descriptio et iconibus artificiosissimis expressio per universam physices historiam, Amstelaedami 1734-1765.
Figura 12. Vincent Levinus, Catalogus et descrptio animalium volatilium, reptilium et aquatilium aliarumque creaturarum rarissimarum … quæ in liquoribus ad vivum conservat, chez Pierre de Hondt La Haye 1726.
Figura 13. Vincent Levinus, Catalogus et descrptio animalium volatilium, reptilium et aquatilium aliarumque creaturarum rarissimarum … quæ in liquoribus ad vivum conservat, chez Pierre de Hondt La Haye 1726.
Figura 14. Vincent Levinus, Catalogus et descrptio animalium volatilium, reptilium et aquatilium aliarumque creaturarum rarissimarum … quæ in liquoribus ad vivum conservat, chez Pierre de Hondt La Haye 1726.
Figura 15. Mariae Lancisi, Romae, apud Jo. Mariam Salvioni typographum Vaticanum in Archigymnasio Michele Mercati, Metallotheca, opus mosthumum … opera autem et studium ey studio Johannis sapientiae, 1719.
Figura 16. Mariae Lancisi, Romae, apud Jo. Mariam Salvioni typographum Vaticanum in Archigymnasio Michele Mercati, Metallotheca, opus mosthumum … opera autem et studium ey studio Johannis sapientiae, 1719.
Figura 17. Mariae Lancisi, Romae, apud Jo. Mariam Salvioni typographum Vaticanum in Archigymnasio Michele Mercati, Metallotheca, opus mosthumum … opera autem et studium ey studio Johannis sapientiae, 1719.
Figura 18. Mariae Lancisi, Romae, apud Jo. Mariam Salvioni typographum Vaticanum in Archigymnasio Michele Mercati, Metallotheca, opus mosthumum … opera autem et studium ey studio Johannis sapientiae, 1719.
Figura 19. Mariae Lancisi, Romae, apud Jo. Mariam Salvioni typographum Vaticanum in Archigymnasio Michele Mercati, Metallotheca, opus mosthumum … opera autem et studium ey studio Johannis sapientiae, 1719.
Figura 20. W. Hamilton, Campi Phlegraei, Napoli 1776.
Figura 21. W. Hamilton, Campi Phlegraei, Napoli 1776.
Figura 22. W. Hamilton, Campi Phlegraei, Napoli 1776.
Figura 23. W. Hamilton, Campi Phlegraei, Napoli 1776.
Figura 24. W. Hamilton, Campi Phlegraei, Napoli 1776.
Figura 25. W. Hamilton, Campi Phlegraei, Napoli 1776.
Figura 26. Ferrante Imperato, Dell’Historia Naturale, Nella quale ordinatamente si tratta della diversa condition di miniere, e pietre. Con alcune historie di piante, ed animali; sin'hora non date in luce, Napoli, C. Vitale, 1599.